Capitolo sesto : Un'occasione perduta ?
1. Insipienza o complotto
?
Allora come oggi assistiamo alla fine di un periodo di
tumultuoso sviluppo, dopo il quale ci troviamo con
l'economia stagnante, le aziende fortemente indebitate e in crisi, gravi
preoccupazioni per la occupazione. Ma sopratutto sembra che i due momenti siano
caratterizzati da una netta discontinuità col passato, e che lo sviluppo
tumultuoso ma continuo venga ad un certo punto sostituito da un salto, nel
quale tutte le carte vengono rimescolate e nuovi
modelli, nuovi paradigmi, nuovi valori, vengano improvvisamente alla luce. In un bel libro,
molto documentato, scritto dal
giornalista Lorenzo Soria,
intitolato " Informatica: un' occasione perduta "[4]
, si ventila il sospetto che nei primi anni 60, tre eventi traumatici, la morte
di Enrico Mattei a Bascape' nell'ottobre del 62, il caso di Felice
Ippolito ( con la demolizione della
ricerca nucleare in Italia ) verificatosi un anno dopo e la cessione agli
americani della Divisione elettronica dell'Olivetti nell'agosto del 1964, siano
legati da un unico sotterraneo filo
conduttore. Quello di un complotto internazionale, finalizzato a relegare
l'Italia in un ruolo subalterno nella divisione
internazionale del lavoro, neutralizzando i tentativi di occupare una posizione
più avanzata in tre settori fondamentali per lo sviluppo, i nuovi materiali,
l'energia e l'informazione. Ma più che ad un complotto ordito da qualche misterioso grande vecchio, in rappresentanza del grande capitale
internazionale, le cause della caduta dei sogni dei primi anni 60 vanno
ricercate nella arretratezza culturale di un mondo industriale che aveva sempre
trovato più comodo percorrere vie di sviluppo molto tradizionali e che l'innovazione
aveva sempre preferito importarla piuttosto che crearla. Un mondo per il quale
la ricerca e la sperimentazione di vie nuove non erano
legittimate, erano considerate spreco di risorse, megalomania, mancanza di
concretezza. E' significativa
a questo riguardo la dichiarazione di Valletta, fatta all'assemblea della Fiat
del 30 aprile del 1964, con riferimento alla ipotesi di intervento nel capitale
Olivetti: " la società di Ivrea e'
strutturalmente solida e potrà superare senza grosse difficoltà il momento
critico. Sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da estirpare: l'essersi
inserita nel settore elettronico, per il quale occorrono investimenti che nessuna azienda italiana può affrontare ". Ma questa arretratezza culturale
dove esattamente risiedeva ? Era un fenomeno diffuso e generalizzato, quasi
come un inprinting genetico, oppure caratterizzava solamente un establishment
che monopolizzava il potere e le strutture di governo dei grandi gruppi
industriali del nostro paese ? Guarda caso, quasi lo
stesso interrogativo e' da porsi oggi, con riferimento alla crisi attuale, con
la differenza che essa oggi investe anche il mondo politico e che la
consapevolezza della necessità urgente di un cambiamento generalizzato e' ora
assolutamente esplicita. Ma se, col senno di poi, nel 1993 capiamo in quale
direzione avremmo dovuto andare negli anni 60 e quali
occasioni abbiamo allora perduto, l'interrogativo sulla direzione nella quale
oggi dobbiamo andare diventa cruciale. Anche per
questo la storia dell'elettronica Olivetti può insegnare qualcosa.
2. Tra contafagioli e contapiedi.
La
storia Olivetti degli anni 60 dopo la morte di Adriano
e quella di tante altre aziende dimostra che si può arrivare al vertice di una
organizzazione e stare sul ponte di comando, senza capire nulla di quello che
nel profondo della stiva sta avvenendo e senza avere la minima consapevolezza dei segnali premonitori di possibili grandi mutamenti. Abbiamo
una infinità di esempi e possiamo farli, sia nei settori
nei quali la Olivetti operava, sia in molti altri campi, prossimi e lontani. Quasi nessuna delle aziende che producevano calcolatrici e macchine
per scrivere meccaniche, tedesche e americane. e'
ancora viva oggi: nessuno ricorda nemmeno più i nomi di aziende come Monroe,
Friden, Victor, Triumph-Adler e tante altre. Nessuna
delle aziende che negli anni 50 producevano tubi elettronici e' riuscita a
convertirsi e a diventare competitiva nel campo dei componenti
sostitutivi, i semiconduttori. Venendo ad anni più
vicini a noi osserviamo che tutte le aziende americane che operavano nel campo
dell'elettronica civile, TV, Hi-Fi, videoregistratori, sono
state cancellate e l'industria quasi al completo e' migrata sotto le bandiere
giapponesi. Le aziende che si
stanno affermando nel campo delle biotecnologie non
sono i grandi colossi della chimica, ma aziende nascenti o neonate, fondate,
nella più parte dei casi, da tecnici o scienziati che hanno saputo trasformarsi
in imprenditori. In moltissimi casi le aziende nei cui laboratori di
ricerca sono state fatte le scoperte più interessanti, non hanno saputo
sfruttarle e trasformarle in prodotti. Si può ancora citare a questo proposito
l'esempio dei semiconduttori, scoperti negli anni 40 nei grandi laboratori della
Bell americana, che furono poi sfruttati dalle aziende
nate nella famosa Silicon Valley californiana. I grandi manager le cui gesta, a base di
acquisizioni, joint venture, colpi di mano, vengono di solito raccontate
con grida di ammirazione dalla stampa, nella più gran parte dei casi hanno
finito col portare alla rovina le loro aziende e se stessi. Allora c'e' da chiedersi: tutti i complessi apparati a
base di contafagioli ( leggi: strateghi, amministrativi, contabili, esperti
finanziari, ecc. ), e di contapiedi ( leggi: gestori delle risorse umane, capi
del personale, ecc. ), che costituivano una fetta
rilevante delle strutture e dei costi aziendali, che strumenti hanno usato per
supportare le così infelici decisioni dei loro capi ? Possiamo ancora fidarci
di loro per costruire il futuro delle aziende nei momenti di grande
discontinuità, oppure la loro funzione e' utile soltanto quando il futuro non
e' altro che la continuazione del passato ? Purtroppo questo lo
si sa solo dopo, e di solito e' troppo tardi. Il caso Olivetti della cessione della Divisione
elettronica proprio alla vigilia della rivoluzione microelettronica sta' quindi in buona compagnia ed e' ben lungi dall'essere
isolato. Anche in Olivetti esistevano nutrite legioni di contafagioli e
contapiedi, che non hanno dato alcun contributo alla creazione della Divisione
elettronica, certamente iniziativa personale di Adriano,
e hanno invece appoggiato con calore l'infausta cessione. Anche nel dopo-Peccei
queste stesse persone hanno sempre ostacolato e
opposto muri di gomma al processo di trasformazione dell'azienda. perché era insito nella loro cultura e nel modo con cui
tradizionalmente hanno sempre interpretato il loro ruolo, ostacolare o
rallentare ogni cambiamento. Eppure in quasi tutte le aziende esistevano ed esistono
altre risorse umane, talvolta nascoste o misconosciute, che non vengono per
nulla valorizzate, anzi, in molti casi, vengono
considerate estremamente pericolose nella misura in cui danno segno di voler
esprimere qualche tipo di creatività! Se andiamo a vedere, una certa parte dei capi di azienda nel mondo, ma sopratutto in Italia, apparteneva e
appartiene tuttora alla categoria dei contafagioli e contapiedi, i quali non
sono tali per titolo di studio o patrimonio genetico, ma per cultura. I contafagioli erano portatori di una cultura contabile
quantitativa, che vedeva il mondo deformato e reso unidimensionale attraverso la apparente e mistificatoria univocità dei numeri. I contapiedi vedevano il mondo aziendale sotto la
dimensione totalizzante del rapporto gerarchico verticale, ma con netta
prevalenza della direzione top-down, e il loro unico interesse era una visione
arcaica, vetero-industriale, del potere, del quale si sentivano essere la
cinghia di trasmissione verso l'azienda. Essi non sapevano far di conto, ma si
limitavano ad utilizzare due operazioni, l'addizione in periodi di boom e la
sottrazione in periodi di crisi. Per entrambe le
categorie, i confini dell'universo erano il perimetro aziendale e il resto del
mondo non esisteva. E' significativo riportare un
particolare che riguardava il lessico aziendale dell'Olivetti, ma che e'
illuminante di una mentalità. Nei prospetti che venivano
continuamente elaborati dai contafagioli e contapiedi ancora negli anni 70 sul
personale , gli operai venivano chiamati col loro nome, ovvero " diretti produttivi " e tutti gli
altri, ossia la grande maggioranza di tecnici, specialisti, ricercatori,
esperti di organizzazione, ecc. venivano sbrigativamente riassunti sotto l'epiteto
di "altre categorie "!
Ancora nella seconda metà del ventesimo secolo dominava quindi l'idea
dell'azienda ottocentesca, fatta di operai che
producono da una parte e di ausiliari, servi del padrone, dall'altra. Adriano Olivetti aveva cercato di allargare i confini
culturali dell'azienda aprendola verso interessi più vasti, tra i quali
dominanti erano una urbanistica del territorio, una
visione sociale ed una ricerca di valori estetici, assolutamente innovativi nel
mondo dell'industria italiano, ma, a livello delle persone, questa integrazione
non era avvenuta. Gli intellettuali erano rimasti al di fuori del circuito
aziendale, separati e giustapposti al mondo della fabbrica. E
quando hanno assunto ruoli di responsabilità operativa, sopratutto nel campo
del personale o delle relazioni esterne, non hanno mai saputo farsi interpreti
dei segnali che questa produceva e meno
che mai sono stati capaci di integrare cultura tecnica e cultura umanistica. Dagli stessi scritti di molti letterati che lavorarono in
Olivetti fin dagli anni di Adriano, come ad esempio
Paolo Volponi, che fu capo del personale negli anni della grande mutazione
aziendale verso la elettronica e l'informatica, mai si coglie il minimo segno
che essi vedessero l'azienda come elaboratrice di un nuovo rivoluzionario
scenario: per essi la fabbrica era sempre e solo il luogo della lotta del
potere e dello scontro tra capitale e lavoro. Questa sensazione e' chiarissima, ad esempio nel libro
" Le mosche del capitale" di Volponi, nel quale viene
descritta una Olivetti immaginaria presieduta da un personaggio, denominato
Nasapeti, che assomiglia più ad un ottocentesco cinico padrone delle ferriere,
che non al cauto presidente, che, nella realtà, galleggiava ignaro su
un'azienda in vorticosa trasformazione. Negli anni 60, esattamente come negli anni 90, sembra che la semplice idea dell'impresa il
cui fine non e' il solo profitto, ma la costruzione di un nuovo scenario e di
una nuova architettura di prodotti materiali e immateriali, destinati a
migliorare il mondo e non solo a sfruttarlo e a possederlo, stenti ad entrare
nella testa dei grandi imprenditori e a
diventare la base di una rinnovata cultura d'impresa.
3. Spazio alla creatività.
La
realizzazione della Programma 101 della Olivetti
divenne uno dei "casi "
sviluppati dall'università' di Harvard ai fini di studio e di formazione del
management aziendale. La morale del caso era più o meno quella di un'occasione
perduta, buttata via. Il caso, sempre più raro oggi, di una azienda
che, per almeno cinque anni, viene a disporre di un prodotto rivoluzionario
praticamente senza concorrenza alcuna, e non riesce a capitalizzare e sfruttare
stategicamente una simile situazione non poteva non diventare da manuale. Ma fu veramente un
insuccesso ? Dal punto di vista del prodotto,
certamente no. Ne furono prodotte negli anni circa 44.000 nelle varie versioni
e la sua redditività fu altissima, malgrado che la burocratica prassi aziendale
di allora in fatto di conti non consentisse di fare una valutazione a
consuntivo, cosa della quale peraltro nessuno si preoccupò.
In un certo senso il grande successo del prodotto mise
in evidenza l'inadeguatezza dell'azienda e della sua organizzazione, in quanto
esso rimase almeno fino al 1967-68, cioè per quasi tre anni, un elemento
isolato. La macchina sembrava agli occhi di qualunque osservatore
esterno la prima espressione di una nuova strategia, di una nuova visione del
mondo, nella quale la Olivetti si presentava come campione della nascente
informatica distribuita contro il Golia IBM, difensore della informatica
centralizzata. Però questa strategia mancava, o era
solo nella mente dei pochi sparuti progettisti. Viene spontaneo fare un paragone tra la strategia
IBM, che nel 1981 introdusse sul mercato
il suo personal computer, anch'essa in netta contraddizione con tutta la sua
tradizione aziendale e il caso Olivetti del 1965. L'IBM dovette scendere dalle
vette della grande informatica, mentre la Olivetti
dovette risalire dalle valli del calcolo meccanico. Ma anche la IBM, nel gestire questa discontinuità, pure per lei
traumatica, fece un errore di strategia. Per la prima volta un'azienda, che
aveva sempre autoprodotto tutti i componenti dei suoi
prodotti, si limitò a fare un assemblaggio, comprando il microprocessore dalla
Intel, il software di base dalla Microsoft, altri moduli da altri produttori
esterni. Anch'essa, come la Olivetti, per superare i
vincoli di una cultura aziendale ostile, dovette far nascere il personal in una divisione separata ed
autonoma rispetto al corpo grosso
dell'azienda ( ricordate la Divisione
sistemi di Roberto Olivetti ? ). Ma questi non furono
tanto errori ma necessità. L'errore dell'IBM
invece fu di non essersi preoccupata di tenere saldamente nelle mani le chiavi della architettura
del mondo dei personal computer, anche se inizialmente riuscì a conquistare una fetta
di mercato maggioritaria. Il dominio di tale architettura passò nelle mani dell' Intel ( ricordate l'Intel fondata da Bob Noyce,
l'inventore dei circuiti integrati di cui parlammo nel quinto capitolo ? ) e
della Microsoft, che riuscirono a controllare e a determinare l'evoluzione
rapidissima di questo agitato mondo, diventando i leader e i gestori dei componenti
fondamentali dei prodotti, microprocessore e software. La conseguenza e' che
queste due aziende ottengono risultati economici spettacolosi
mentre l'IBM ha cominciato a perdere soldi e sembra aver imboccato un cammino
discendente assai preoccupante. Anche in Olivetti il guaio fu
che, dopo l'exploit della Programma 101, non si riuscì a " controllare " lo sviluppo delle
architetture nel campo dell'informatica distribuita. Si sarebbe dovuto, dopo il
primo prodotto, far uscire con grande rapidità nuove
versioni aggiornate e allargare subito la gamma dei prodotti, in modo da
occupare tutti gli spazi, dettando gli standard di fatto del nuovo immenso
mercato che si apriva. Ma le risorse mancavano e si dette tutto il tempo ai
concorrenti di occuparlo. Decisamente, la cultura delle
grandi aziende non sembra trovarsi a proprio agio, quando si tratta di navigare
in mezzo a grandi discontinuità ! Ma la spiegazione
esiste ed e' forse più semplice di quanto non si possa immaginare. Le discontinuità,
le grandi improvvise mutazioni, non sono fenomeni metereologici, ma vengono promosse e realizzate da persone e da aziende; e
molte di esse nascono con il prodotto e con l'idea del loro fondatore. E questi non devono vedersela con sciami di contafagioli e
contapiedi, ma semplicemente con le difficoltà vere del mondo esterno, che si pone automaticamente al centro delle
loro attenzioni. Il mondo esterno non e'
quindi un lontano orizzonte intravisto al di là delle
schiene dei capi e dei capi dei capi, ma il luogo vero dove si misura il
successo o l'insuccesso dell'idea. Certo, la mortalità
di queste iniziative e' elevata, perché anche oggi una buona parte degli
inventori muoiono poveri, però esse costituiscono il sale di ogni processo
innovativo, a livello di aziende e di sistema-paese. Ma le grandi aziende sono forse condannate a non riuscire
più a generare innovazione e ad
assistere al rinnovarsi dell'epopea del " piccolo e' bello " ? Non credo. Non e' solo una questione di dimensioni, il
piccolo, il creativo, l'innovativo, possono benissimo vivere e svilupparsi
anche nel corpo di un grande organismo, attraverso un intelligente assetto
organizzativo, che favorisca l'integrazione più che
una quasi corporativistica specializzazione e che consenta la costruzione di
competenze e mansioni più " rotonde
". Si tratta di una filosofia organizzativa detta " olistica " ( dal greco öos , il tutto ), nella quale in ogni singola unità organizzativa sono presenti ed integrate l'universo delle competenze e degli interessi aziendali. Ed e' un tipo di organizzazione che Adriano aveva anticipato già dagli anni 50 e che aveva dato risultati positivi a livello di gruppi di progettisti. Certamente la gestione di queste strutture richiede la mano illuminata del Principe e non può essere fatta in un'ottica di occhiuta burocrazia tradizionale. Però diventa essenziale in una azienda che si ponga sul mercato con la volontà di essere innovativa e sappia adottare una logica di razionalizzazione del suo spazio esterno, di tipo sistemico, e concepire scenari innovativi.
4. Il futuro dell'informatica e il ruolo
dell'Italia.
A
distanza di 28 anni dalla introduzione del personal
computer, il mercato dell'informatica mondiale, che ha raggiunto la ragguardevole
dimensione di 400 miliardi di dollari, e' in crisi in tutto il mondo. I
campioni mondiali, in prima linea il gigante IBM, sono boccheggianti e perdono
soldi. Nello stesso tempo le tecnologie di base della
microelettronica continuano a fare passi da gigante, si prospetta tra breve la disponibilità
di componenti di memoria a semiconduttori con capacità
di 64 milioni di bit e di memorie a disco magnetico con più di un miliardo di
caratteri. Contrariamente a quello che pensavano
alcuni, la legge in base alla quale la densità di transistor su ogni componente
si moltiplica di un fattore 10 ogni cinque anni ( detta legge di Moore ), continuerà
ad essere rispettata anche nella seconda metà degli anni 90. Anzi, forse verrà addirittura superata, stando alle proiezioni e alle
anticipazioni dei produttori. A questa
trionfalistica situazione della componente materiale
della tecnologia, si accompagnano progressi molto più modesti della componente
immateriale o software. La produttività di un programmatore, come ci ricorda il
professor Meo del Politecnico di Torino[5],
e' rimasta pressoché costante in tutta la storia
dell'informatica, intorno alle dieci istruzioni al giorno. Naturalmente le
dieci istruzioni di oggi sono estremamente più potenti
delle dieci istruzioni scritte in linguaggio macchina, come quello dell'Elea
9003 del 1959, però il divario tra "
corpo " e " anima "
dei prodotti informatici resta. Lo sviluppo straordinario delle tecnologie dei corpi o
hardware e la accesa competizione tra i produttori ha
avuto come effetto il crollo dei prezzi dei prodotti, il cui valore unitario
continua a scendere. Ma sopratutto ha svuotato di
valore aggiunto tecnologico l'attività' dei classici produttori e i personal
hanno superato come prestazioni la potenza dei grandi calcolatori di pochi anni
fa. Già, ma cosa vuol dire oggi produrre un personal computer ? E' dubbio che si possa ancora parlare di produzione,
quando si tratta ormai di assemblare in una
carrozzeria i pochi pezzi ormai standardizzati di un meccano. Più che di
produzione e di fabbrica tra breve si dovrà parlare solo più di
assemblaggio e di negozio, dove si potrà andare a farsi mettere assieme
il prodotto desiderato, con consegna pressoché immediata.
Le
persone che visitano lo stabilimento di Scarmagno dell'Olivetti, dove vengono prodotti i personal, si chiedono stupiti come mai
questi oggetti ormai piccolissimi vengono assemblati in un immenso padiglione
coi soffitti alti 20 metri: si tratta ancora del costoso retaggio della meccanica,
per produrre la quale occorrevano enormi presse da 100 tonnellate. I nuovi
produttori vivaci e competitivi, della
Corea del Sud, di Taiwan, di Singapore, montano questi prodotti e le loro parti in piccoli locali, che non si portano dietro
il peso della storia, e godono di un costo del lavoro che e' meno di un decimo
di quello italiano. Ancora una volta l'industria informatica, per
sopravvivere, e' chiamata a fare lo sforzo creativo di immaginare e costruire
uno scenario, che non può più essere la estrapolazione
semplice e lineare di quello degli anni 80. Ne' oggi
si può pensare che la invenzione di una nuova Programma 101 degli anni 90
garantisca un vantaggio competitivo duraturo. Purtroppo nell'informatica non ha più senso prendere
decisioni come in altri settori merceologici e secondo
le classiche metodologie della pianificazione strategica. Non ha più senso
dire: questa e' la dimensione del mercato, questo il suo tasso di crescita,
questi sono gli investimenti necessari, questo l'obiettivo di quota di mercato
da raggiungere. Tutti ragionamenti da dimenticare. O
si ha un'idea innovativa, il coraggio di metterla in pratica e di correre il
rischio del suo fallimento, oppure e'
meglio dedicarsi a qualche sport più riposante. L'innovazione e' condizione
necessaria, anche se largamente non sufficiente. Occorre mettersi da un altro punto di vista. Occorre
considerare il mercato, analizzarne i crescenti bisogni ancora largamente
insoddisfatti, individuare i segnali deboli premonitori di possibili prossimi
mutamenti nelle aspettative dei clienti, ovvero
rivelatori di discrasie passivamente o inconsciamente accettate, ma che
potrebbero portare a nuove soluzioni risolutive. Occorre mettersi nei panni dei
clienti e chiedersi se questi hanno bisogno di un venditore
tradizionale, che gli ammannisca un prodotto, o non piuttosto di un consulente
che lo aiuti a risolvere i suoi problemi. Neppure sembra più esistere una
correlazione tra investimenti in ricerca e sviluppo e capacità innovativa. Lo
dimostrano molti casi, come ad esempio la IBM che, pur
con investimenti di miliardi di dollari, ha visto crollare la sua leadership
incontrastata da decenni, e così la supremazia assunta da molte nuove aziende
che senza significativi investimenti o strutture di ricerca, ma semplicemente
sfruttando l'enorme potenziale tecnologico accumulato nel mondo, hanno saputo
mettere sul mercato prodotti vincenti. Parliamo di aziende
come Apple, Sun, Dell, Microsoft e molte altre. Molto significativo e' il caso
della Microsoft. Questa azienda ha saputo cogliere nei primi anni 80 i segnali
deboli derivanti dalla frustrazione di milioni di utenti
che non riuscivano a dialogare in modo amichevole col loro computer personale,
attraverso i linguaggi esistenti, cosiddetti problem-oriented, come il Basic e
il Pascal. Ma mentre in un primo tempo
si pensava che questi linguaggi sarebbero finiti col diventare una specie di esperanto del mondo informatico, in realtà gli utenti di
massa dei personal non erano mai riusciti a familiarizzarsi con essi, che
richiedevano pur sempre la compilazione di liste di istruzioni. La Microsoft
seppe dare diffusione di massa a un nuovo modo di
colloquiare col personal attraverso delle interfacce a icone, non procedurali,
che non obbligano più a scrivere procedure e algoritmi, ma consentono una
interazione diretta col computer, al quale attraverso simboli e disegni si
possono comunicare i nostri desideri. Queste interfacce a
icone ( nate, si badi bene, originariamente nei laboratori di Palo Alto della
Xerox ) sono state trasformate dalla Microsoft in prodotti software di successo
e sono diventate un vero e proprio
ambiente universale in grado di accogliere ogni tipo di applicazioni. Un altro esempio e' dato dalla Dell, giovane azienda
texana creata da un giovanotto con lo stesso nome, che non ha inventato nulla
dal punto di vista tecnologico, ma ha messo in piedi un nuovo modo di vendere i
computer per telefono e per fax, sorprendendo i produttori affermati con le
loro potenti organizzazioni commerciali. Come si vede nell'informatica degli anni 90 può succedere
di tutto, anche avere successo sfruttando ricerche
fatte da altri, evidentemente meno attenti e capaci di cogliere con finezza i
fattori critici di successo. Però una condizione sembra irrinunciabile per chi dirige
aziende in questo settore: quella della conoscenza,
ma non nel senso di essere un esperto di informatica,
ma nel senso che il Principe deve essere in grado, vuoi per cultura, vuoi per
predisposizione naturale, vuoi per competenza di settore, di dirigere e
orientare personalmente la strategia
aziendale, in termini prima di tutto di prodotti ( materiali e immateriali ), e
poi di mercati, di scelte organizzative, di modalità di vendita. Il Principe deve, in altre parole, operare
come il promotore diretto della innovazione in azienda
e fare sì che si crei all'interno il clima adatto a che questa si sviluppi e
non si spenga. E certamente una figura molto diversa da quella classica del
manager harvardiano, dotato di cultura prevalentemente
finanziaria e considerato in grado di gestire qualsiasi cosa,
indifferentemente. E' pur vero che la Apple, altra
azienda americana nel campo dei personal, aveva sostituito il suo fondatore
Steeve Job, creatore dei primi prodotti
di successo, con un manager proveniente
dalla Pepsi Cola, John Sculley, però quest'ultimo prese in mano direttamente la
politica dei prodotti e dette un impulso personale nella conduzione e nella
strategia. Per una azienda che fa prodotti di massa la
sensibilità di un " utente
" molte volte e' più valida di quella di uno specialista, a patto
naturalmente che le scelte le faccia lui, e non si limiti a galleggiare sugli
strati dei contafagioli e contapiedi aziendali. Volgendo ora lo sguardo al nostro paese, viene naturale
considerare che la cultura d'impresa tuttora dominante continua a privilegiare proprio la scelta dei contafagioli come
candidati ideali a dirigere un'azienda. Questa e' sicuramente la condizione per
tagliare le gambe ad una vera capacità di innovazione,
almeno in un settore così critico e turbolento come quello dell'informatica. Però
il fatto stesso che la innovazione possa attingere ad
un patrimonio mondiale di potenzialità tecnologiche sostanzialmente disponibili
e non più privativa od esclusività di nessuno,
può aprire spazi per le industrie del nostro paese e anche favorire la
nascita di nuove iniziative. Questo sarà certamente più facile nel campo del software,
purché le aziende in questo settore non si autolimitino a vendere ai loro
clienti le prestazioni dei loro esperti, perseverando in una forma moderna di
caporalato occultata sotto la dizione di " servizi professionali " o " body shopping ", ma si impegnino a
sviluppare e a diffondere dei veri e propri prodotti, puntando ad un mercato più
vasto di quello nazionale. Il software, d'altra parte, e' l'anima di tutti i
processi che caratterizzano le attività della società moderna. Il fatto che la informatica abbia saputo separarlo e renderlo
indipendente dai corpi, ossia dall'hardware,
ha fatto sì che esso potesse spaziare senza confini esaltando proprio le
sue virtù di leggerezza e di diffusività. Non a caso nel software non si parla più
di fabbricazione, di produzione , ma soltanto di
creazione, di progetto. Il suo costo di riproduzione e' nullo e, per i veri
prodotti software, l'economia di scala gioca un ruolo enorme
, che nessun prodotto materiale può sperare di avere. Infatti per il software il costo
dei supporti materiali e' trascurabile e quanto più grande e' il mercato tanto
maggiori diventano profitti e redditività. Per un paese come l'Italia quindi la
possibilità di avere un futuro in un settore nel quale la componente
fondamentale e' sempre più astratta e leggera risiede nella capacità di
allargare lo sguardo ad una dimensione almeno europea, e di integrare
nell'informatica tutta una serie di discipline di tipo sociale ed
organizzativo, la cui applicazione e' la premessa per il successo dei prodotti
informatici. Perché mentre vent'anni fa i problemi da risolvere erano ben
chiari ed evidenti, ma mancavano gli strumenti, oggi abbiamo ridondanza di
strumenti, ma troppe volte non sappiamo utilizzarli
efficacemente per riprogettare un mondo fatto di organizzazioni politiche,
amministrative, imprenditoriali, tutte fortemente bisognevoli di grossi
restauri. La nuova frontiera dell'informatica degli anni 90, la
sfida che dovrebbe essere raccolta, e' ora quella della razionalizzazione e
semplificazione di una società civile, che sembra tendere verso traguardi di invivibilità, farraginosità, degrado, che sono in netto contrasto
con il benessere apparente misurato solamente in termini di reddito pro capite
o di prodotto interno lordo. Significativa per quanto
concerne le possibili rivoluzioni in agguato nel mondo dell'informatica, e' la
tesi contenuta in un articolo comparso sulla Harvard Business Review del luglio
1991, dall'emblematico titolo: " The
computerless computer company "[6],
nel quale si sostiene la tesi che la vera azienda informatica di domani non produrrà
più computer, che resteranno retaggio di produttori di " commodity " ( eventualmente
confinati in quelle zone del terzo mondo dove il costo del lavoro e' bassissimo
), ma si concentreranno sul software. I loro prodotti saranno programmi, sia di
tipo orizzontale[7],
come desk top publishing, tabelle elettroniche, data base, sia di tipo
verticale, specializzati per settori di utilizzo,
bancario, manifatturiero, grande distribuzione, e così via. Sarà vero ? E' difficile dirlo, fatto sta'
che oggi il fatturato del software ha superato quello dell'hardware e mentre
quest'ultimo ristagna ( o per lo meno
per lo stesso ammontare di denaro si possono comprare sempre più prodotti ), il
software e' tuttora in crescita. Ma anche se non si verificherà
un'ipotesi così estrema, e' assolutamente chiaro che mentre l'hardware seguirà
una sua regolare, anche se rapidissima, curva di crescita, il software e' tutto
da costruire, da inventare, e il suo sviluppo solamente potrà dare un senso
all'hardware, il quale, diversamente, resterebbe soltanto un enorme contenitore
vuoto ed inutile. Ed e' probabile che l'industria del software incarni,
nella chiave di lettura degli anni 90, quegli ideali di scienza regolatrice e portatrice di ordine e di benessere, che Adriano Olivetti attribuiva
all'urbanistica e all'architettura.
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